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giovedì 30 aprile 2020

"La morte di Arlecchino" di Picasso.

"La morte di Arlecchino" di Picasso. 1901.

STEP #13 Morte nello Spazio


La costruzione di un veicolo aerospaziale è un processo che coinvolge le menti di molti ingegneri. Durante i collaudi dei mezzi aerospaziali e durante le stesse missioni spaziali sono avvenuti incidenti mortali a causa di errori ingegneristici.
Nel 28 gennaio 1986 è avvenuto il tragico incidente dello Space Shuttle Challenger. Esso fu distrutto dopo 73 secondi di volo. Durante il decollo c’è stato un mal funzionamento dell’O-ring, un anello di elastomero utilizzato come sigillo. A seguito della rottura di una saldatura tra due sezioni della Solid Rocket Booster. Il foro doveva essere chiuso dall’O-ring primario, rovinato però dal gelo. Inoltre, a causa del guasto è stato bloccato anche l’O-ring secondario.
Persero la vita in questa missione Dick Scobee, Michael John Smith, Judith Resnik, Ellison Onizuka, Ronald McNair, Gregory Jarvis, Christa McAuliffe. Inizialmente, la cabina dell’equipaggio si separò dalla parte restante del veicolo. Probabilmente i membri della squadra erano coscienti al momento della rottura. La cabina impattò nell’oceano a 333 km/h he impedì la sopravvivenza dell’equipaggio.


Anche prima dello sbarco sulla Luna del 27 Luglio 1969 grazie alla missione Apollo 11, ci furono ben 5 morti tra missioni Gemini e Apollo. Elliott See e Charles Bassett si schiantarono con il loro aereo d’addestramento, mentre, nel 1967, <<durante un'esercitazione sulla piattaforma Launch Complex 34 alla Cape Kennedy Air Force Station di Cape Canaveral, in Florida, la navetta Apollo prese fuoco e i tre astronauti a bordo, ovvero Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee, morirono tutti nell'incendio>>.
L’ingegnere in questo caso non ha solo l’impegno di svolgere bene il suo lavoro per questioni professionali, ma anche per dovere morale, nel rispetto di chi ha perso e potrebbe perdere la vita nel tentativo di esplorare lo spazio.



(Fonti: https://scienze.fanpage.it/astronauti-morti-per-portarci-sulla-luna-chi-sono-le-vittime-delle-missioni-apollo-e-gemini/,https://it.wikipedia.org/wiki/Space_Shuttle_Challenger, https://it.wikipedia.org/wiki/O-ring)

mercoledì 29 aprile 2020

STEP #12 La Morte come chiave d'accesso alla vita eterna

“San Tommaso d'Aquino confortato dagli angeli (Tentazione di San Tommaso)” di Diego Velàzquez. Olio su tela (244 x 203 cm). Realizzato nel 1631. È conservato nel Museo Diocesano di Arte Sacra di Orihuela.


Nel Medioevo la morte veniva considerata come la chiave d’accesso alla vita eterna. In un periodo in cui la vita era di circa 45 anni e si moriva di colera, lebbra, peste, tifo, vaiolo e altre spiacevoli malattie, gli uomini accettavano la morte con rassegnazione. Nello stesso periodo fioriva la Scolastica, ovvero una corrente filosofica che tentava di conciliare la fede cristiana con il pensiero razionale. Tommaso d’Aquino, uno dei massimi esponenti della Scolastica, discute del tema della morte in occasione dell’argomentazione dell’immortalità dell’anima. Per il filosofo l’uomo è imprescindibilmente costituito da anima e corpo. L’anima razionale, creata da Dio e unitasi al corpo nel momento del concepimento, diviene un tutt’uno con la materia fino alla morte. La morte sancisce il momento in cui il corpo inizia a deperire, mentre l’anima, che è immateriale, invece, sussiste senza il corpo. La morte è quindi una caratteristica tipicamente fisica e non spirituale, eppure diviene fondamentale per l’uomo nell’attimo in cui deve accedere alla vita eterna. Tommaso si dedica all’analisi della morte anche teologicamente. Secondo la religione cristiana Cristo di fatto si sacrificò per espiare il peccato originale. Con Cristo, quindi, la morte è redentiva.  Tommaso d’Acquino, parlando nell’ottica cristiana, ben capiva l’esigenza del popolo di sperare in una vita dopo la morte.
In un periodo in cui le sofferenze e le angosce quotidiane dell’uomo sono insopportabili, la concezione di una morte salvifica, così come era sostenuta da San Tommaso, era la più apprezzata dal popolo. In sintesi, si può dire che la morte è solo una parte del piano di Dio che si conclude con la ricompensa della beatitudine eterna.
"La Signora del mondo", Oratorio dei Disciplini a Clusone.

La Piramide di Cheope



Nel corso dei secoli l’uomo ha sentito la necessità di dare ai propri defunti una degna sepoltura. Specialmente quando si parla di regnanti le opere architettoniche ed ingegneristiche sfiorano il sublime. Un primo esempio maestoso sono sicuramente le piramidi. Esse sono delle costruzioni poliedriche a base quadrata e facce triangolari che si congiungono in un vertice superiore chiamato apice. Nell’Antico Egitto esse rappresentavano il dio Ra, l’unione tra terra e cielo. Al loro interno vi era la camera funeraria in cui era conservata la mummia del faraone. Le piramidi più famose sono sicuramente quelle di Giza, di cui ricordiamo quella di Cheope. Essa è conosciuta come Grande Piramide e ha al suo interno un grande numero di cunicoli con trappole mortali, costruiti per evitare che i predatori di tombe potessero giungere alla stanza in cui è situato il sarcofago del faraone Cheope, disturbando il suo sonno eterno. Per scoprire i suoi segreti, nel 2002 un gruppo di ingegneri ha costruito il Pyramid Rover, un piccolo robot costruito su commissione della National Geographic. Questa missione ingegneristica ha permesso all’uomo moderno di osservare cosa ci fosse al di là della porta di Gantenbrink, mettendo in evidenza la presenza di altre porte e altri cunicoli.
Alcune immagini realizzate dal Pyramid Rover nella stanza segreta della Piramide di Cheope.

Ciò che sorprende di più riguardo questo gioiello ingegneristico è che esso fu costruito senza tecnologie moderne, ma specialmente con l’impiego di schiavi. Anche lo stesso materiale utilizzato, per esempio, per la piramide di Cheope è sorprendente: pietre per il nucleo e per stabilizzare la costruzione una grande quantità di gesso e macerie.
Grazie alla maestria degli ingegneri e architetti dell’epoca, ancora oggi è possibile osservare un’opera funeraria incredibile, velata ancora di mistero, non solo per quanto riguarda i metodi di costruzione, ma anche sulle temibili leggende che la riguardano.


domenica 26 aprile 2020

Il "Memento mori" nella comicità.

Nel film "Non ci resta che piangere" di Massimo Troisi è riportata in chiave ironica la consuetudine dei frati del Seicento di ricordare al popolo che un giorno giungerà la morte. Ciò veniva fatto per non dimenticare il vero significato della vita. Il motto dei frati derivava probabilmente da quello usato nell'Antica Roma per ricordare ai generali vittoriosi di non peccare di superbia.
Di seguito uno spezzone del film "Non ci resta che piangere".







Storie dal Mondo: il “Dia de los muertos” messicano.


Il 2 Novembre in Messico si celebra il “Dia de los muertos”, letteralmente il giorno dei morti. A differenza di quanto si possa pensare, questo è un giorno di colori, allegria e rumorosi festeggiamenti! La morte è vista in un’accezione del tutto positiva poichè grazie ad essa si raggiunge una condizione migliore. Si parla di una tradizione molto antica, che risale al tempo degli Atzechi, i quali rappresentavano anche la dea della vita con il volto di un teschio. Il “Dia de los muertos” consiste principalmente nel festeggiare non solo i propri cari scomparsi, ma nel permettere loro di ritornare nel mondo dei vivi. 
Un cimitero decorato con “cempasúchil”.

Alcuni familiari che passano la notte al fianco delle tombe dei propri defunti.

La tradizione vuole che si costruisca un altare su cui ci sono oggetti che permetterebbero ai defunti di oltrepassare il ponte di fiori che unisce la terra dei morti con quella dei vivi, come per esempio fotografie. Inoltre negli altari che possono essere a due, tre o sette piani, ritroviamo anche le pietanze più amate dai defunti in vita, oltre ai tradizionali “calaveras”, ovvero teschi di zucchero colorati sui quali sono incisi i nomi degli antenati oppure il “pan de muerto”, che simboleggia il ciclo della vita. È interessante come solitamente si utilizzi anche il sale per impedire la decomposizione dei corpi durante il passaggio tra le due dimensioni. 
Infine, si cospargono le strade di fiori arancioni dedicati ai morti, “cempasúchil”, in modo tale da creare un vero e proprio percorso che collega le tombe dei defunti alle case dei familiari in vita.

Le "Calaveras" tra “cempasúchil”.

Un tipico altare familiare.

Il "pan de muerto".



Nelle città si organizzano dei veri e propri festival culturali e ci si veste da “Su Majestad La Muerte“.





Nel 2017 è stato distribuito dalla Walt Disney Pictures e creato e prodotto dai Pixar Animation Studios il film d’animazione “Coco”, che tratta proprio della variopinta festività messicana.




sabato 25 aprile 2020

"La Morte di Marat" di Jacques-Louis David

Jean-Paul Marat, detto l'Amico del popolo, fu uno dei protagonisti della Rivoluzione francese. Marat fu assassinato da Charlotte Corday. Proprio l'assassinio del giornalista è protagonista del dipinto di Jacques-Louis David. L'artista fu incaricato dalla Convenzione di rappresentare la morte di Marat.

“La morte di Marat”, Jacques-Louis David. Olio su tela. Il dipinto è conservato nel museo reale delle belle arti del Belgio di Bruxelles.

STEP #11 Il Covid-19 e la morte in solitudine


L’Italia e il Mondo intero si trovano oggi ad affrontare una grande emergenza sanitaria dovuta ad un nuovo ceppo di Coronavirus denominato SARS-CoV-2 (precedentemente 2019-nCoV). Il virus provoca la malattia denominata Covid-19 che genera nell’uomo febbre, stanchezza, tosse secca e, nei casi più gravi polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte. Per maggiori informazioni riguardo al virus è possibile consultare il sito del Ministero della Salute.
I deceduti ad oggi, 25 Aprile 2020, sono 26.384 e tutti loro sono inevitabilmente accomunati da un triste elemento: la morte in isolamento. A causa della malattia è obbligatorio il distanziamento immediato dai proprio cari e, una volta ricoverati in ospedale, si entra solo in contatto con medici, costretti per sicurezza ad un abbigliamento alienante e asettico. La drammaticità di questo evento è duplice: gli ammalati non possono essere confortati al momento della morte e i familiari non possono celebrare il rito funebre. La morte è divenuta in questo modo un evento ancor più traumatico per l’uomo, facendo emergere l’antica paura della morte in solitudine. La solitudine è anche di chi è ancora vivo che si trova sospeso in momento in cui è difficile elaborare il lutto con questa morte spersonalizzante.
Il Coronavirus ha costretto l’uomo del Primo mondo a fronteggiare inevitabilmente il tema della morte, che sembrava esser stato quasi rimosso dal dibattito pubblico. 

Nel seguente articolo la psicologa Bommassar parla proprio di come queste morti improvvise hanno stravolto la psiche umana.
"Il fatto di non poter essere presenti nel momento della morte - aggiunge - è una sofferenza aggiuntiva. Il saperli da soli, il sapere che in quel momento la tua mancanza viene sentita in modo particolare è un ulteriore motivo di sofferenza".
Come ci spiega la dottoressa, spesso in questi casi scatta un meccanismo (paradossale) di auto-colpevolizzazione. Non potendo garantire la propria presenza, ci si sente (a torto) in colpa. "Sono meccanismi ingiustificati, che non hanno una logica - spiega Bommassar -. Se le condizioni ti impediscono di essere presente in un momento che sai può essere la fine, ti viene tolta la possibilità della "riparazione".


Fossa comune nel Bronx, New York.

Un altro interessante articolo che tratta di questo delicato argomento è quello di Davide Sisto.
"Mancano le carezze, gli sguardi, le parole di sostegno dei propri cari i quali, a loro volta, vivono la contemporanea frustrazione di non poter più vedere e toccare i corpi delle persone amate. Non è concessa, soprattutto, la possibilità di risolvere le diatribe e le incomprensioni rimaste aperte, anche solo simbolicamente con un gesto fisico. Il Covid-19, al pari degli incidenti aerei e degli annegamenti in mare, sembra essere un infido alleato del rimpianto in quanto ci priva all’improvviso dei corpi. Lascia le vicende personali sospese nel nulla, non manifestando pietà nemmeno nell’immediato post-mortem: vietate le celebrazioni dei funerali, sono all’ordine del giorno le situazioni che vive Bergamo, città da cui vengono trasportati i cadaveri – tramite i mezzi militari – verso altre regioni italiane a causa delle carenze dei forni crematori locali."

Salme trasportate da camion militari. Bergamo.


giovedì 23 aprile 2020

Il vecchio cimitero ebraico di Praga.


A Praga è situato uno dei più antichi cimiteri al mondo. Esso è situato nell’antico quartiere ebraico. Il cimitero fu utilizzato a partire dalla fine del Quattrocento e fu utilizzato a fine dell’Ottocento. Principalmente le tombe venivano scavate in profondità in modo da accogliere un grande numero di salme e al di sopra di quest’ultime venivano posizionate altre tombe. Infatti, La particolarità di questo luogo è che è un cimitero stratificato.  Le lapidi che fuoriescono dal terreno in modo irregolare rendono perfettamente il sovraffollamento del luogo. Sulle lapidi sono riportati le date della morte. Esse sono molto spesso decorate con incisioni che alludono al nome del diretto interessato o del lavoro svolto in vita oppure ritroviamo simboli religiosi.

Di seguito sono riportate fotografie da me scattate.






mercoledì 22 aprile 2020

Storie dal Mondo: racconto di un Samurai 侍 dal Giappone.


In Giappone vengono principalmente professate due religioni: quella Buddhista e Shintoista. Entrambe hanno in comune la concezione della morte come fase di passaggio per permettere all’anima di reincarnarsi in un nuovo corpo e, quindi, cambiando forma, raggiungere un nuovo livello di esistenza. Proprio per i numerosi punti in comune che troviamo tra le due religioni per quanto riguarda la morte, molti uomini sono soliti praticare il Buddhismo in vita, ricevendo un funerale Shintoista e viceversa. Kouhei Kikuchi spiega brevemente nel seguente video cosa accade all’anima dopo la morte e parla personalmente della propria anima e delle sue vite passate.


Appuntamento con la Morte. 1







lunedì 20 aprile 2020

"Le fantasticherie del passeggiatore solitario" di René Magritte.

"Le fantasticherie del passeggiatore solitario" di Magritte rappresenta il tragico suicidio della madre. La donna, infatti, si gettò dal ponte sul fiume Sambre. Ella sarà trovata nelle acque dello stesso fiume  con il volto coperto dal bordo della vestaglia.

"Le fantasticherie del passeggiatore solitario" di René Magritte. Olio su tela (139 cm x 105 cm). Collezione privata



venerdì 17 aprile 2020

Storie dal Mondo: proverbi dall'Argentina.

I proverbi sono molto utilizzati anche nella cultura argentina e il mio amico Joaquìn Borda ne elencherà tre nel video seguente!


  1. "Muerto el perro, se acabo la rabia". La sua traduzione letteraria è "Morto il cane, finita la rabbia". Per eliminare un problema bisogna eliminarne la causa.                                                          
  2. "El que hierro mata, a hierro muere". La sua traduzione in italiano è "Chi di spada ferisce, di spada perisce". Con il proverbio si afferma che chi provoca una determinata sofferenza in qualcuno, in futuro soffrirà della stessa. Esso viene utilizzato nel Vangelo di Matteo.                           
  3. "Genio y figura hasta la sepultura". La sua traduzione è "Chi nasce tondo non può morire quadrato". In questo caso si fa riferimento al fatto che difficilmente si riesce a correggere i propri difetti e per questo essi verranno mantenuti fino alla morte.

giovedì 16 aprile 2020

"Morte e Vita" di Gustav Klimt.

Gustav Klimt rappresenta sulla tela l'inestricabile rapporto tra Morte e Vita.

"Morte e Vita" di Klimt. Olio su tela (178 cm x 198 cm). L'opera è collocata al Leopold Museum a Vienna.

STEP #10 Il Settimo Sigillo: giocare a scacchi con la Morte.


“Cosa c’è dopo la morte?”. L’intramontabile quesito che condiziona inevitabilmente la vita dell’uomo. L’emblematico film “Il Settimo Sigillo” di Ingman Bergman del 1957 tratta proprio di questa tematica. Esso è ambientato nella Scandinavia del XIII secolo, lo scenario è quello di una terra devastata dalla peste. La barbarie di questo periodo ha devastato l’animo umano, attanagliato sempre di più dalla convinzione che Dio stia punendo il mondo. In questo clima apocalittico si inserisce la storia del cavaliere Antonius Blok che, dopo aver combattuto le crociate, incontra la Morte su una spiaggia. Antonius decide di sfidare la Morte a scacchi, non ancora pronto ad affrontarla a causa della sua fede vacillante. Ogni partita si intreccia con la disperata ricerca di risposte sul significato della vita e di Dio da parte di Antonius.



venerdì 10 aprile 2020

"Il 3 Maggio 1808" di Francisco Goya.

L'opera di Goya rappresenta la resistenza da parte delle truppe spagnole dinanzi ai militari francesi durante la  guerra d'indipendenza spagnola. La drammaticità dell'opera è evidenziata dalla cruenta rappresentazione dei prigionieri giustiziati di fianco ad altri cittadini, minacciati anch'essi dalle armi dei francesi.

"Il 3 Maggio 1808" di Francisco Goya. Olio su tela (266 cm x 347 cm) del1814. L'opera è conservata al Museo del Prado di Madrid.

STEP #09 Caravaggio e l'ossessione della morte.


Nelle opere di Caravaggio, pseudonimo di Michelangelo Merisi, è ricorrente il tema della morte. L’artista ha affrontato molti lutti familiari a causa della peste in gioventù e, in seguito, è stato lui stesso responsabile della morte di un altro uomo. Infatti, a causa del suo carattere irrequieto e talvolta violento, Caravaggio ha ucciso un uomo durante una rissa. Specialmente dopo quest’ultimo evento, la morte è presente ossessivamente nelle opere caravaggesche, probabilmente per espiare il proprio senso di colpa.
Le scene rappresentate da Caravaggio sono principalmente eventi biblici, tra i quali ritroviamo numerosi martiri. In spazi cupi, tra le luci abbaglianti e le ombre tenebrose, l’artista ritrae realisticamente i soggetti in atti cruenti e assolutamente non edulcorati da artifici pittorici. Proprio la raffigurazione di santi e degli altri personaggi biblici senza rispettare l’iconografia classica causarono grande scandalo.



“Giuditta e Oloferne”, Caravaggio. Olio su tela (145x195 cm). Realizzato nel 1597. Quest’opera è conservata nelle Gallerie nazionali d'arte antica, Palazzo Barberini, Roma.

“Deposizione”, Caravaggio. Olio su tela. Realizzato tra il 1602 ed il 1604. Quest’opera è conservata presso la Pinacoteca vaticana.

“Morte della Vergine”, Caravaggio. Olio su tela (369x245 cm). Realizzato tra il 1605 e il 1606. Quest’opera è conservata al Louvre di Parigi.

“Davide con la testa di Golia”, Caravaggio. Olio su tela (125x100 cm). Realizzato tra il 1609 ed il 1610. Quest’opera è conservata nella Galleria Borghese di Roma.

“Decollazione di San Giovanni Battista”, Caravaggio.  Olio su tela (361x520 cm). Realizzato nel 1608. Quest'opera è conservata nell'Oratorio di San Giovanni Battista dei Cavalieri nella Concattedrale di San Giovanni a La Valletta (Malta).


STEP #08 Il "Fedone" di Platone: la morte come liberazione dell'anima.

"La Morte di Socrate" di Jacques-Louis David

Nel “Fedone” o “Sull’anima” di Platone è il dialogo che parla degli ultimi istanti della vita di Socrate. Prima di morire il filosofo greco confessa ai suoi amici di non essere spaventato dall’arrivo della morte. Quest’opera è principalmente ricollegata al tema dell’immortalità dell’anima, la quale viene avvalorata con tre prove: la prova dei contrari, la prova della reminiscenza, la prova della partecipazione. Con la prima prova si afferma che se dalla vita viene la morte, da quest’ultima deve necessariamente derivare la vita sottoforma della sopravvivenza dell’anima alla morte. Con la seconda prova si ha come ipotesi che la conoscenza umana sia reminiscenza di verità già conosciute, dunque l’anima deve avere vissuto precedentemente. Con l’ultima prova l’anima è definita vita e come tale non può contenere in sè l’idea della morte.
“Tutti coloro che praticano la filosofia in modo retto rischiano che passi inosservato agli altri che la loro autentica occupazione non è altra se non quella di morire e di essere morti. E se questo è vero, sarebbe veramente assurdo per tutta la vita non curarsi d’altro che della morte, addolorarsi di ciò che da tanto tempo si desiderava e di cui ci si dava tanta cura”.

[…]
“E riteniamo che sia altro che non una separazione dell’anima dal corpo? E che essere morto non sia altro che questo: da un lato, l’essere il corpo, separatosi dall’anima, da sé solo, e dall’altro, l’essere l’anima, separatasi dal corpo, da sé sola? O dobbiamo ritenere che la morte sia qualcos’altro e non questo?”.
[…]
“E dunque non ti pare – disse – che la preoccupazione del filosofo non sia rivolta al corpo; ma che anzi, per quanto egli può, si ritragga da quello e si rivolga, invece, all’anima?”.
“Mi pare di sì”.
“E allora, non è evidente, innanzi tutto, che il filosofo, diversamente dagli altri uomini, per quanto riguarda questo genere di cose, cerca di liberare l’anima dal corpo, quanto più gli è possibile?”.
“É chiaro”.
“E la gente, poi, o Simmia, crede che, per colui che di tali cose non gode e non partecipa, non valga la pena di vivere, e che colui che non si cura dei piaceri che si hanno per mezzo del corpo, tenda, in certo senso, a star vicino alla morte?”.
“Verissimo quello che dici”.
(Platone, Fedone,  trad. di Giovanni Reale).

In questo passo del “Fedone” di Platone, il personaggio Socrate spiega il valore della morte a Simmia, un suo discepolo. Come si intuisce da questi brevi estratti del dialogo, la morte permette al filosofo di liberarsi dal corpo e di tutte quelle passioni ad esso collegate. Come per i pitagorici, anche per Socrate (e per Platone) il corpo è la prigione dell’anima e solo con la morte essa si libera. I sensi allontanano il pensatore della verità, dunque il filosofo si esercita con la filosofia a distaccarsi dalle effimere distrazioni corporali, raggiungendo uno stato spirituale che prepara l’uomo alla morte. Questa è la sostanziale differenza tra un filosofo e l’uomo comune. Socrate non afferma che la vita debba essere vissuta nell’ozio e nell’ignavia, bensì che essa debba essere vissuta con temperanza, avendo cura della propria anima e grazie a ciò conquistare con la morte l’eternità.

giovedì 9 aprile 2020

"Ophelia" di John Everett Millais.

La tela di John Everett Millais rappresenta Ofelia, una delle protagoniste della tragedia shakesperiana "Amleto". Shakespeare racconta che a causa della morte accidentale del padre Polonio per mano del suo amato Amleto, la donna, ormai distrutta psicologicamente, sia morta volontariamente per annegamento.
"Ophelia" di John Everett Millais. Olio su tela (76.2×111.8 cm). 1851-1852.  Custodito nella Tate Gallery di Londra.


lunedì 6 aprile 2020

STEP #07 La morte spirituale in "The Waste Land" di Eliot


"Sera sul viale Karl Johan" di Edvard Munch
“The Waste Land” (“La terra desolata”) di Eliot è un poemetto scritto nel 1922.  In quest’opera Eliot analizza parla della grande questione della crisi spirituale del primo Novecento, dovuta alla Grande Guerra, al capitalismo e alle novità che hanno destabilizzato l’individuo. Il mondo moderno viene definito come un deserto, una terra spettrale in cui ritroviamo uomini spiritualmente morti. Tutti gli aspetti della vita sono rappresentati da Eliot completamente svuotati del loro senso più profondo, perfino l’amore è sterile. L’opera è divisa in cinque parti: “The Burial of the Dead”, “A Game of Chess”, “The Fire Sermon”, Death by Water”, “What the Thunder Said”.
Primo riferimento alla morte lo ritroviamo nell’epigrafe che apre l’intero poemetto, citazione del Satyricon di Petronio. La protagonista è la Sibilla Cumana, la quale chiede di morire.

“Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: “Σίβνλλα τί ϴέλεις”; respondebat illa: “άπο ϴανεΐν ϴέλω.”

Nei primi quattro versi della “Sepoltura dei morti”, Eliot definisce il mese di Aprile come il più crudele poiché si assiste alla rinascita della natura con l’arrivo della Primavera, evento a cui non può partecipare l’uomo. Anche la terra è definita “morta”. Il poeta allude probabilmente alle grandi perdite umane della Prima Guerra mondiale.      

“April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.”
(vv. 1-4)

 In “The Burial of the Dead” Eliot descrive una folla di persone che si trova nell’ora di punta sul London Bridge. Essi vengono descritti come dei corpi privi di anima e, per questo, definiti morti. Per incupire ancora di più la scena, Eliot cita un passo dell’ “Inferno” di Dante in cui si narra della massa degli ignavi, ovvero di coloro che in vita non seguirono nessun ideale. In questo modo si evidenzia la morte spirituale dell’uomo moderno che si reca nel proprio ufficio, completamente privo di personalità.


                                              “Unreal City,
Under the brown fog of a winter dawn,
A crowd flowed over London Bridge, so many,
I had not thought death had undone so many.
Sighs, short and infrequent, were exhaled,
And each man fixed his eyes before his feet.
Flowed up the hill and down King William Street,
To where Saint Mary Woolnoth kept the hours
With a dead sound on the final stroke of nine.”
(vv. 60-68)


“E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.”
(“Inferno”, canto III, vv. 52-57”)



In seguito viene introdotto un personaggio di nome Stetson e gli si chiede di un misterioso cadavere seppellito in un giardino nella speranza di farlo germogliare come un seme. Anche qui il corpo è una metafora dell’uomo alienato nella società in un’esistenza paragonata alla morte, mentre il germoglio è la rinascita, la vittoria sulla morte.

“There I saw one I knew, and stopped him, crying: "Stetson!
You were with me in the ships at Mylae!
The corpse you planted last year in your garden,
Has it begun to sprout? Will it bloom this year?
Or has the sudden frost disturbed its bed?
Oh keep the dog far hence, that's friend to men,
Or with his nails he'll dig it up again!
You hypocrite lecteur!—mon semblable—mon frère!"
(vv. 69-76)


(Fonti: https://www.shmoop.com/the-waste-land/burial-dead-summary.htmlSummary ,http://www.sapere.it/sapere/strumenti/studiafacile/letteratura-https://www.skuola.net/letteratura-inglese-1800-1900/eliot-burial-dead.html, http://liberlist.blogspot.com/p/unreal-city-la-citta-dei-morti-di-eliot.html, inglese/il_novecento_/a3_la_rivoluzione_poetica__di_pound_ed_eliot/Thomas-Stearns-Eliot.html)

giovedì 2 aprile 2020

Storie dal Mondo: proverbi dall'Italia.

La Morte è inevitabilmente parte integrante della storia dell’uomo. Proprio per questo essa si è insediata nelle tradizioni delle varie etnie con la conseguente creazione di proverbi, leggende e credenze. Con “Storie del Mondo” si vogliono raccogliere proprio informazioni su come la Morte è entrata a far parte nella vita quotidiana dell’uomo.


Ecco di seguito alcuni proverbi e modi di dire entrati nell’uso comune nella cultura italiana.
  1. “A tutto c'è rimedio fuorché alla morte”. Con questo proverbio si sottolinea come per ogni problema ci sia una soluzione, tranne per la morte che è inevitabile.                                                       
  2. “La speranza è l’ultima a morire”. Questo proverbio ha origine antiche e veniva utilizzato anche dai latini (“Spes ultima dea”). Si pensa che questo modo di dire faccia riferimento al mito di Pandora, in cui si narra che la Speranza fu l’ultima ad uscire dal vaso e a raggiungere gli uomini. Il proverbio fa riferimento al fatto che l’uomo cessa di sperare in un evento futuro solo quando sopraggiunge la morte. (Per maggiori informazioni sul mito: http://genesidiunaforisma.blogspot.com/2015/04/la-speranza-e-lultima-morire.html)                          
  3. “Scapparci il morto”. Solitamente ci si avvale di questo modo di dire quando si parla di un evento conclusosi con la morte accidentale di qualcuno.                                                                   
  4. “Essere pallidi come un morto”. È utilizzato quando si ha un volto dal colorito quasi esangue e occhi spenti come quello di un cadavere.                                                                                                
  5. “Sembrare un morto che cammina”. Con questa espressione si fa riferimento a chi ha un aspetto malandato e molto stanco.                                                                                                         
  6. “Morto e sepolto”. Questo modo di dire definisce un evento passato, finito definitivamente.


STEP #06 La forma di Pirandello


“La vita è flusso continuo, incandescente e indistinto. La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco, non la terra che si incrosta e assume forma. Ogni forma è la morte. Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si rapprende, in questo flusso continuo, incandescente e indistinto è la morte”.
-“La trappola”, Pirandello
René Magritte, Decalcomania, 1966
Pirandello ha una concezione della morte del tutto originale, come, d’altronde, è quella della vita.  La morte è forma, ovvero quelle convinzioni sociali che l’individuo è costretto a seguire. La morte, quindi si manifesta come impossibilità di mutare il proprio modo di essere a causa di abitudini, autoinganni, occupazioni e legami familiari. Quando l’uomo si accorge di questa morte spirituale, tenta in tutti i modi di reimmergersi nel “flusso continuo della vita”. Ciò avviene, per esempio, nel romanzo “Uno, Nessuno e Centomila”. Ad inizio romanzo, il protagonista Vitangelo Moscati scopre di avere il naso storto, dettaglio del suo volto che non aveva mai notato.  Vitangelo inizia a compiere azioni folli, che gli permettono di mutare forma e, quindi, di sentirsi vivo. Crea in ogni momento una nuova identità, disgregando completamente l’ “io” convenzionalmente riconosciuto, morendo e rinascendo in un sé nuovo in ogni istante.  Al termine del romanzo viene dichiarato insano di mente e proprio nell’ospizio in cui si trova riflette sulla contrapposizione tra morte e vita.
Di seguito è riportato il finale di “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello.
"E l'aria è nuova. E tutto, attimo per attimo, è com'è, che s'avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni. La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioia nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridio delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e così alte sui campanili aerei. Pensare alla morte, pregare. C'è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l'ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori".

In “Colloquii coi personaggi”, novella del 1915, Pirandello propone una visione surreale della morte . In questo racconto troviamo un intreccio tra avvenimenti autobiografici e elementi di fantasia, infatti, Pirandello immagina di parlar con la madre defunta. In questo intenso dialogo, a tratti umoristico, lo scrittore illustra come in realtà non sono i nostri cari ad essere morti, bensì noi. Non possiamo essere ricordati dai morti e dunque siamo per loro definitivamente scomparsi, mentre essi sono sempre vivi nei nostri pensieri.



STEP #25 Dialogo

La giovane Alex, protagonista della serie “ Appuntamento conla morte ”, a seguito dell’improvvisa scomparsa dell’amica Phoebe, si ritrova ad...