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"La Morte di Socrate" di Jacques-Louis David |
Nel “Fedone” o “Sull’anima” di Platone è il dialogo che
parla degli ultimi istanti della vita di Socrate. Prima di morire il filosofo
greco confessa ai suoi amici di non essere spaventato dall’arrivo della morte.
Quest’opera è principalmente ricollegata al tema dell’immortalità dell’anima,
la quale viene avvalorata con tre prove: la prova dei contrari, la prova della
reminiscenza, la prova della partecipazione. Con la prima prova si afferma che
se dalla vita viene la morte, da quest’ultima deve necessariamente derivare la
vita sottoforma della sopravvivenza dell’anima alla morte. Con la seconda prova
si ha come ipotesi che la conoscenza umana sia reminiscenza di verità già
conosciute, dunque l’anima deve avere vissuto precedentemente. Con l’ultima
prova l’anima è definita vita e come tale non può contenere in sè l’idea della
morte.
[…]
“E riteniamo
che sia altro che non una separazione dell’anima dal corpo? E che essere morto
non sia altro che questo: da un lato, l’essere il corpo, separatosi dall’anima,
da sé solo, e dall’altro, l’essere l’anima, separatasi dal corpo, da sé sola? O
dobbiamo ritenere che la morte sia qualcos’altro e non questo?”.
[…]
“E dunque
non ti pare – disse – che la preoccupazione del filosofo non sia rivolta al
corpo; ma che anzi, per quanto egli può, si ritragga da quello e si rivolga,
invece, all’anima?”.
“Mi pare di
sì”.
“E allora,
non è evidente, innanzi tutto, che il filosofo, diversamente dagli altri
uomini, per quanto riguarda questo genere di cose, cerca di liberare l’anima
dal corpo, quanto più gli è possibile?”.
“É chiaro”.
“E la gente,
poi, o Simmia, crede che, per colui che di tali cose non gode e non partecipa,
non valga la pena di vivere, e che colui che non si cura dei piaceri che si
hanno per mezzo del corpo, tenda, in certo senso, a star vicino alla morte?”.
“Verissimo
quello che dici”.
(Platone, Fedone, trad. di Giovanni Reale).
In questo passo del “Fedone” di Platone, il personaggio
Socrate spiega il valore della morte a Simmia, un suo discepolo. Come si
intuisce da questi brevi estratti del dialogo, la morte permette al filosofo di
liberarsi dal corpo e di tutte quelle passioni ad esso collegate. Come per i
pitagorici, anche per Socrate (e per Platone) il corpo è la prigione dell’anima
e solo con la morte essa si libera. I sensi allontanano il pensatore della
verità, dunque il filosofo si esercita con la filosofia a distaccarsi dalle effimere
distrazioni corporali, raggiungendo uno stato spirituale che prepara l’uomo alla
morte. Questa è la sostanziale differenza tra un filosofo e l’uomo comune. Socrate
non afferma che la vita debba essere vissuta nell’ozio e nell’ignavia, bensì che
essa debba essere vissuta con temperanza, avendo cura della propria anima e
grazie a ciò conquistare con la morte l’eternità.
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